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Questa pagina contiene un singolo articolo inserito il 21.03.07 14:45.

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Siviglia di Luciana Galli

Alcazar.jpgAppena entrata nella Città del futuro dopo aver percorso a piedi il ponte sul Guadalquivir - quello dedicato alle donne, forse per le sue forme rotondeggianti - ho chiesto a un custode di uno dei tanti padiglioni costruiti per l’Expo del ’92 cosa valesse la pena vedere in quella zona. “Nada” mi ha detto in maniera secca e sbrigativa; questa risposta mi ha fatto riflettere e dopo ne ho capito il senso. Si, l’Expo ’92 avrebbe dovuto essere l’occasione della vita di questa straordinaria Città fatta con gli azulejos.


gradinate_arena.jpg
Dopo il latifondo, le monocolture di ulivo, grano e vite e gli scarsi investimenti, dopo l’industrializzazione e l’esodo dei contadini al nord ecco l’opportunità della svolta che si concretizza nella scelta di Siviglia come sede dell’Esposizione Universale del ’92. E’ vero, per l’occasione sono stati costruiti ponti, strade, una linea ferroviaria ad alta velocità per Madrid, il Teatro della Maestranza, alberghi e altre infrastrutture. Non mi azzardo ad entrare nel merito perché per troppo poco tempo ho soggiornato a Siviglia; quindi, esprimo solo le mie impressioni a caldo. Certo, le Fiere mondiali creano città destinate a vivere pochi mesi, vere architetture effimere datate; poi i padiglioni sono abbandonati o sottoutilizzati, come mi pare sia avvenuto per Siviglia. Ma questi eventi dovrebbero rinnovare le idee, le mentalità, dovrebbero modernizzare gli abitanti a livello mentale prima e operativo dopo. Plaza_de_Espana.jpg Cosa che sta succedendo a Barcellona, Valencia e Bilbao, in primis, e non mi pare a Siviglia. Ma, si sa, a Siviglia fa giorno tardi (per la sua latitudine, che è più o meno quella di Algeri, dovrebbe correre l’ora di Londra), quindi ci si sveglia tardi, si pranza alle tre, la sera si conversa nel patio fino a notte. Insomma, si fa tutto con calma, senza affanni. L’impressione che riceve il turista frettoloso è che Siviglia non voglia cambiare ruolo, rinunciando alla sua vocazione di città d’arte in nome del progresso. La Città è araba, mudéjar, gotica, rinascimentale e barocca. Non basta? Da qui un dilemma: i Sivigliani non hanno saputo o non hanno voluto sfruttare l’opportunità loro offerta? Forse non hanno voluto sottrarsi al loro splendido isolamento perché troppo gelosi delle loro radici e della loro storia? Probabilmente vogliono continuare a difendersi dalla modernità con le grate di ferro battuto alle finestre. A Siviglia dominano i colori bianco e ocra, lo stesso ocra dell’arena di Plaza de Toros e delle mura della Città; le strade dell’antico Barrio de Santa Cruz sono anguste, nascoste, misteriose: sicuramente, se s’ indaga con lo sguardo, in ogni portoncino si scopre un patio abbellito da fontanella e alberelli di arance selvatiche.
Ponte_Expo.jpg Nelle strade le Gitane offrono rametti di rosmarino a pagamento, risuonano le note del Flamenco, si sprigiona il profumo dei giardini dell’Alcázar, che si confonde con quello più prosaico delle tapas. Nelle vetrine i negozi enfatizzano ventagli con motivi floreali, tutti rigorosamente aperti a 180 gradi, mantiglie, gonne a volant e costumi per il flamenco da fotografare solo a colori, cappelli per donne andaluse, pettini - ahimé - non più di tartaruga, arredi sacri, passamanerie e broccati, mantelli e simboli delle confraternite, statue di santi, figurine di ogni tipo. La pasticceria La Campana, tra stucchi e colonne, ci offre un’ampia scelta di Nazareni - così a Siviglia chiamano i Perdoni - anche di caramello rosso. Statue barocche di Santi, Madonne e Cristi della sentencia vestiti di nero sono dietro gli altari, in alto e in piedi, circondati da centinaia di affusolati ceri accesi che danno l’impressione di un’ascesa al cielo; e, sul fondo oro, oro e oro a profusione: così appariva la statua della Vergine della Macarena, protettrice dei toreri (una delle più belle statue che sfilano durante la Settimana di Passione) nella basilica a lei intitolata. E poi gli azulejos. Queste piastrelle di ceramica sono davvero dappertutto: incorniciano busti di navigatori e conquistadores, narrano storie, decorano ponti, sottobalconi, diventano insegne di negozi, farmacie e mercati, annunci pubblicitari, stipiti di garage, panchine, vasi, targhe professionali (lo studio di un abogado è sempre segnalato da una piastrella in ceramica, visto che plex e ottone sono assolutamente ignorati da queste parti), pareti di negozi, ristoranti e taperie, menu di tapas, targhe commemorative di toreri nati o morti in quel palazzo di Triana o incornati durante la corrida. Un azulejo è il logo del Real Alcázar l’azulejo è per Siviglia quello che la torre Eiffel è per Parigi, l’azulejo è un’icona, l’azulejo è sacro e dovrebbe essere vietato fotografarlo con un telefonino. Gli azulejos diventano arte raffinata nella Casa di Pilatos e, soprattutto, nell’Alcazar, dove ogni parete è decorata sontuosamente sotto gli archi di merletto; i pavimenti, i vasi, i giardini, i cortili e le terrazze sono ricchi di elementi decorativi basati su forme geometriche islamiche. L’azulejo, ormai, fa parte del DNA del Sivigliano: se aprirà un nuovo ristorante il decoro sulle pareti sarà falso, kitsch, ma sarà sempre un azulejo. Vedo che sono tornata al punto di partenza. Se andrete a Siviglia forse non la troverete come l’ho descritta io. Anzi, sicuramente non la troverete così.

 

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