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"COPPI e BARTALI" di Luigi ALVIGGI

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Delizioso questo libretto, appena riedito dalla Adelphi (2009, pp. 62 - € 5,50). Curzio Malaparte (1898 – 1957) è lo pseudonimo di Kurt Suckert, uno dei “Maledetti toscani” (1956) nativo di Prato, zona della quale era originario anche Gino Bartali.

Coppi e Bartali
Un libro di Curzio Malaparte
di Luigi ALVIGGI

Delizioso questo libretto, appena riedito dalla Adelphi (2009, pp. 62 - € 5,50). Curzio Malaparte (1898 – 1957) è lo pseudonimo di Kurt Suckert, uno dei “Maledetti toscani” (1956) nativo di Prato, zona della quale era originario anche Gino Bartali. L’Autore – giornalista e, tra l’altro, anche Direttore de “Il Mattino” - è rimasto celebre, oltre che per i suoi fasti mondani, per due romanzi: “Kaputt” del 1944 e “La pelle” del 1949. Nel primo viene raffigurata l’Europa nei dolorosi e lunghi anni della guerra non ancora conclusa, vista quest’ultima come triste fatalità mentre l’intero continente va in rovina: tutto è appunto “kaputt”. Nel secondo viene invece descritta tutta la miseria della città napoletana negli anni dell’immediato dopoguerra.
Nel 1949, subito prima del Tour de France, sulla rivista francese “Sport Digest” esce il lungo articolo “Les deux visages de l’Italie: Coppi et Bartali”, riportato in questa edizione insieme con un’interessante nota di Gianni Mura: “I due volti dell’Italia”.
Ad una accurata descrizione delle caratteristiche tecniche e personali dei due atleti, si accoppia l’elogio sincero dell’Autore per la bicicletta, mezzo straordinario, per quei tempi irrinunciabile: del 1948 è il film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica.

Senza dubbio la bicicletta nasconde qualche arcano significato. Che cosa c'è, infatti, di piú machiavellico? Ci chiediamo come possa stare in piedi ed ecco che lei prende il volo, in equilibrio su un invisibile filo d'acciaio, come un acrobata sulla fune.
In silenzio trafigge lo spazio, in silenzio penetra nel tempo. Senza un briciolo di pudore, viola tutti i misteri del paesaggio, dell'oriz-zonte, della natura. Scivola sulla strada come sul filo di un rasoio, inclinandosi con grazia nelle curve, dondolando dolcemente in salita, gettandosi alla cieca verso le verdi vallate, verso 1'abisso delle pianure assolate.
«Non trovi che la tua bicicletta somigli a una bella ragazza?» dissi un giorno a Gino Bartali, che è mio conterraneo, visto che entrambi siamo nati sulle rive dell'Arno, il fiume divino che trapassa il cuore di Firenze come una freccia scagliata al rallentatore. «Non ti sembra una giovane fiorentina?». «Troppo magra per i miei gusti» rispose Gino, carezzando distrattamente con una mano il cuoio morbido della sella.

E nel filone dell’umorismo malapartiano, spesso presente al fondo delle sue righe, e con riguardo alla paternità dell’invenzione della bicicletta, ecco una gustosa notazione di contorno:

La bicicletta figlia di un inglese! Ho pianto di umiliazione e di tristezza. Ma come! — esclamavo, chiuso a doppia mandata in una stanza d'albergo - possibile che quest'opera d'arte, questo gioiello dell'intelligenza sia parto di un inglese e non di un italiano? Almeno fosse stato un francese! Un francese è pur sempre un latino!
Jean Cocteau, che adora le biciclette (e le maglie rosa, i manubri ricurvi come i baffoni dei Galli, le gomme attorcigliate sul petto come i due serpenti che formano un 8 nel caduceo di Esculapio e Mercurio), alla fine di una deliziosa cenetta in un bistrot di Montmartre recentemente mi ha detto:
«I francesi sono degli italiani di malumore; gli italiani sono dei francesi di buonumore ».
Se almeno la bicicletta fosse stata inventata da un italiano di cattivo umore, da un francese! Un francese è quanto meno un latino! Perché se c'è una cosa al mondo che merita di essere stata inventata da un latino, questa è proprio la bicicletta.

È una passione infantile. Già da bambino Malaparte, sospinto dal padre, andava ad ammirare il passaggio dei “centauri” – come allora venivano chiamati i ciclisti – ogni volta possibile.
Nel binomio Coppi-Bartali, accoppiato dal fato, non potrebbero essere assortiti due campioni più diversi: Gino è un contadino, Fausto un operaio; Bartali un tradizionalista, Coppi un progressista; Gino un credente, Fausto uno scettico. Gino è aiutato dagli angeli, Fausto è solo sulla sua bici e può confidare soltanto nella sua struttura fisica che è capace, come un motore perfetto, di andare a pieni giri per tutto il tempo necessario; Gino ha sangue nelle vene, Fausto benzina. L’umanità di Bartali si contrappone al tecnicismo spinto di Coppi, ed in loro quasi pare voler prendere consistenza una raffigurazione materiale del dualismo trascendente mente-corpo. I due arrivano ad incarnare due visioni del mondo antitetiche, e da questa abissale differenza nasce ancora maggior fascino per il loro antagonismo costante e le sfide continue.
I cinque anni di differenza d’età non hanno consentito un confronto al massimo delle rispettive possibilità ma, ciò nonostante, non sono mancati episodi di competizione davvero spinta. Gino, comunque, è il vecchio, Fausto il giovane. E il pubblico si è appassionato come non mai alle vicende sportive, e non solo, dei due rivali. Gianni Mura ricorda l’episodio dell’attentato a Togliatti del 1948 e della telefonata di De Gasperi a Bartali sulla necessità di un diversivo d’attenzione per spegnere animi troppo infuocati e passibili di esplosione in un conflitto fratricida. Forse anche per questa sollecitazione Gino vinse il Tour del ’48. E l’identificazione di Bartali con un eroe nazionale e di Coppi come il “campionissimo” non appare affatto esagerata.
In effetti, le sfide a due nello sport - e non solo - sono sempre risultate le più entusiasmanti. Osservare due avversari che si disputano la vittoria induce ogni appassionato a schierarsi, chi da una parte chi dall’altra. Possono così nascere piccoli confronti individuali, scommesse, provocazioni, scherzi, che rendono molto più gustoso vivere l’ambiente da fans, ed è per questo che di binomi ne abbiamo già visto tanti e ne vedremo sicuramente molti altri ancora.
A Bartali e Coppi rimane l’invidiabile primato di essere stati due grandi campioni, sempre reciprocamente leali, ed indenni dalle tante contaminazioni che hanno irrimediabilmente degradato le atmosfere sportive dei nostri giorni.
Dirà Gino: “Quando è morto Fausto, è morta metà di me”, e c’è da credergli pienamente.

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