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Questa pagina contiene un singolo articolo inserito il 01.12.14 22:59.

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L'uomo come fine in Immanuel Kant Antonio Serpico

Forse mai come oggi è di attualità il pensiero di Kant espresso nel campo della morale e del diritto, tanto che una sua rilettura sarebbe  da consigliare per risvegliare  nella mente e nel cuore considerazioni delle quali non dovremmo mai dimenticarci.

Come si sa,  nell'epoca nostra come in quelle passate, molti ritengono che tutto ha un prezzo, perché può essere sostituito con altro di valore più o meno corrispondente, e lo valutano come  una merce di scambio: tutto, non solo le cose, le piante e gli animali, ma anche gli esseri umani. Guerre, omicidi, femminicidi, violenze contro bambini, extracomunitari, omosessuali ecc., sono all'ordine del giorno in tutto il globo e ce ne danno notizia tutti i mezzi di comunicazione di cui ora disponiamo. Situazioni analoghe si verificavano anche nei decenni di fine Settecento , quando Kant scriveva le opere che lo avrebbero reso uno dei filosofi più illuminati della storia della cultura moderna. A queste terribili manifestazioni di irrazionalità profonda, egli si oppose con l'unica arma che gli era possibile: la riflessione filosofica sulle ragioni della cattiveria umana e sui possibili rimedi a cui ricorrere per cercare di correggerla. >>>

Tra esse mise in particolare evidenza la sottovalutazione diffusa del valore dell'uomo singolo e della specie umana come tale.

Egli era convinto che spesso chi commette uno dei reati accennati sopra non ha tenuto nel giusto valore la dignità particolare dell'uomo, che lo rende diverso e superiore rispetto a tutti gli altri esseri viventi.

Questa  dignità non gli deriva dalla materia di cui è costituito,  modesta e fragile, ma dal fatto che è soggetto di ragione e di libero arbitrio e, quindi, volendo, è capace di svincolarsi dai condizionamenti dei propri istinti, interessi  e passioni naturali, per imporre a se stesso scelte comportamentali che lo elevano all'universalità e lo proiettano in un mondo di "fini", il quale lo porta, tra l'altro, ad aspirare ad un perfezionamento progressivo e continuo della sua persona e dell' intera umanità per il conseguimento graduale del "sommo bene" costituito dall'unità della virtù con la felicità.

            Per questa dignità - secondo il filosofo - l'uomo:

-          è l'unico elemento della natura non riducibile a merce, dato che non c'è alcun essere vivente o alcuna cosa che valgano come lui e, quindi,  possano essere scambiati con lui;

-          a differenza di altri esseri viventi, è provvisto di particolari capacità grazie alle quali è in condizione di tutto ricavare da se stesso. Le provvidenze relative al cibo, alle vesti,  ai mezzi di difesa e sicurezza esterna (per  la natura non gli diede né le corna del toro,  né gli artigli del leone, né i denti del cane, ma solo le mani) ogni divertimento che potesse rendere piacevole la vita, la stessa sua perspicacia  e avvedutezza, perfino la buona disposizione del volere dovevano essere opera sua. .... (Kant, Idea di una storia universale, Tesi III, in:Il pensiero di Immanuel Kant, a cura di P. Chiodi, Loscher Editore  Torino 1985, pa.  135);

-          è fine a se stesso, cosicché non può essere mai adoperato soltanto come mezzo ... ma  sempre contemporaneamente come fine;

-          ha la capacità di autodeterminarsi e di tendere ad un miglioramento progressivo della propria condotta morale e questo è il segno più chiaro che distingue l'uomo da tutti gli altri esseri viventi, e, proprio allo scopo di renderlo idoneo a conseguire l'obbiettivo della moralità sempre più piena,  la natura  ha dato a lui la ragione e, su di questa fondata, la libertà del volere (cfr. Idea di una storia universale, Tesi III, in: Il pensiero di I. Kant, a cura di P. Chiodi, Loescher editore - Torino1985, p. 134)

Proprio per sottolineare in maniera solenne e definitiva la sacralità della persona umana, la prima delle tre formule dell'imperativo categorico da lui suggerite come guida del pensiero e dell'azione a cui si deve attenere l'uomo proteso a realizzare al meglio la moralità, è:

agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua quanto nella persona di ogni altro, sempre contemporaneamente come fine e mai soltanto come mezzo. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di A. Vigorelli, Bruno Mondatori , 1995/III,  pag. 86)

In questa formula c'è il monito, rivolto a lui stesso ed a ciascuno di noi, oltre che a tutti i governanti , di non fare mai violenza o offesa all'umanità dell'uomo ma di ricordare sempre che non solo gli altri, ma io stesso non posso disporre dell'uomo nella mia persona, non posso mutilarlo, danneggiarlo, ucciderlo. (ivi, pag. 87)

Accogliendo questo monito, allora - come  precisa lo stesso Kant nella Parte II della Metafisica dei costumi - si deve riconoscere quello che sembra a molti un paradosso, e cioè che nessuna legge può consentire che un uomo, qualunque sia il delitto da lui compiuto, divenga oggetto di condanne infamanti, che offendano la sua natura speciale, perché una simile umiliazione tornerebbe a mortificazione dell' umanità che è in lui e in tutti i membri del genere umano.

L'umanità dell'uomo, però, non è un dono  concesso a lui fin dalla nascita.  Fin da quanto apre gli occhi al mondo, secondo Kant, sono presenti in lui capacità potenziali che, se sono coltivate adeguatamente, si trasformeranno in abilità vere e proprie. Scrive al riguardo il filosofo:

L'uomo può diventare uomo solo attraverso l'educazione ..., cioè attraverso un procedimento formativo esposto al rischio di fallire .... L'educazione ha dunque il compito di promuovere nell' uomo la piena attuazione, e in primo luogo di promuovere la sua formazione morale e religiosa... I piani di educazione, inoltre, devono tener presente il principio educativo che segue: occorre educare i fanciulli non in vista dello stato presente, ma di un possibile migliore stato futuro del genere umano, ossia in base all'idea dell'umanità e del destino che le è proprio.... (Kant, Idea di una storia universale, cit.  , pag.  143).

La società, quindi, considerando che il progresso di ciascuno e di tutti è il fine della vita umana, deve prestare la massima cura, oltre che all'allevamento dei figli, anche alla loro istruzione ed educazione, e deve farlo impedendo loro esperienze che li mettano in pericolo e/o li abituino a comportamenti riprovevoli (educazione negativa), ed abituandoli, attraverso l'adozione di  metodologie didattiche e di saperi di cui sono padroni gli insegnanti, allo studio, all'apprendimento e ad agire sempre più in autonomia consapevole e responsabile (educazione positiva).

 

 

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