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Questa pagina contiene un singolo articolo inserito il 03.07.15 19:14.

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Lasciamo suonare le campane delle cento chiese di Aversa Salvatore Monetti

Chi scrive è una persona che AMA la sua terra, con le sue miserie e le sue virtù. Un giorno sono scappato dal sud, ho  preso un treno e sono partito, costruendomi una vita lontano da casa, dalla mia famiglia, dalla mia pianura che sapeva di  arance, che in primavera ti rallegrava con il ronzio dei calabroni e l'odore dei pomodori messi a seccare al sole. Nella nebbia del nord camminavo a tentoni per cercare la mia strada, mi sentivo in colpa per aver abbandonato tutto e tutti per un futuro lontano dalla mia terra e dalla mia gente, pensavo a cosa avevo lasciato, mi sentivo in colpa,  perché avrei potuto rimanere e cambiare un po' le cose: farlo per me, per la mia gente e per i miei amici, che a volte boccheggiavano nella speranza di trovare la loro strada in un vicolo buio dove non entrava nemmeno la luce del sole, pensavo al profumo del mare, quello che ti prende le narici quando piove e ti sembra quasi di essere sul bagnasciuga. Me ne ero andato, con la scusa di tutti, "qui non c'è lavoro", giustificato dalla mancanza di futuro e di prospettive, mi sentivo un traditore. >>>> 

Quando ritornavo per le vacanze avevo il rimorso di non aver fatto nulla per cambiare quella faccia irritata di chi a volte non decide per sé, ma lascia decidere agli altri cosa è meglio per lui. E così guardavo le mie colline verdeggianti, le mie spiagge ancora incontaminate, i sorrisi di chi mi aveva cresciuto e di chi avevo lasciato sapendo in cuor mio che potevo fare di più. Al nord mi mancavano gli odori e i sapori,  la tavola che diventava un momento di incontro. Quel va e vieni continuo sulla porta di casa di gente che non è mai un disturbo. Quel sole caldo a dicembre. L'abbraccio dei miei e i pranzi domenicali. Gli amici che conoscevo e non potevo e non volevo dimenticare. Il prezzemolo delle polpette raccolto in giardino, le primizie dell'orto, angoli e strade che avevo percorso da bambino, poi da ragazzo, da uomo e infine da emigrante e poi lontano da casa in una città bellissima che mi dava la possibilità di coltivare il sogno, ma quale sogno? Io sognavo la mia terra felice, dove tutti avrebbero trovato lavoro, dove i bambini potevano camminare su strade fiorite, annaffiate dall'amore,  passeggiare tranquilli e sereni per le strade dove la storia si è  sedimentata su granelli di attese e speranze che non  sono mai arrivate.  Il mio Sud è "stanco di trascinare morti in riva alle paludi di malaria" scriveva Quasimodo.  Sono ritornato alle mie radici, alla mia terra carica di contraddizioni, di nostalgia e sdegno, amore e dolore, caldi ricordi e profonda rabbia per quella che è "...il mio assurdo contrappunto di dolcezze e di furori, un lamento d'amore senza amore". In questa terra dove camorra, territorio, salute, ambiente, amministrazione pubblica  sono talmente aggrovigliate tra loro che nessuno vuole  annullare. È cambiato il volto della gente, non  ci sono più visi autentici, quotidiani, che nella ragnatela delle loro rughe narrano una storia, che nell'ammiccare degli occhi comunicano un messaggio, che persino nei loro difetti rivelano una bellezza sofferta e vera. Tanti si sono affidati al "destino" abbandonando così l'esistenza alla deriva di una necessità cupa e inevitabile. Altri, scoraggiati, si lasciano già morire prima di spirare, negando ogni senso e ogni valore, siamo diventati uomini simili a replicanti, pronti a chinare il capo alle mode, ai modi di vita, siamo senza meta, senza attesa, senza un fine prefissato, nulla ci appassiona più. 

Eppure  non vi è nulla di più invidiabile di un'anima se non la sua capacità di appassionarsi, perché la passione rivela attaccamento ad un ideale, dedizione per una causa, convinzione nei confronti di una verità, abnegazione per una missione, amore verso una persona. La passione  esalta l'anima, quell'anima che non è mai in vendita non è mai costretta a soccombere e a genuflettersi in adorazione davanti a nessuno. Certo, il prezzo da pagare è alto, ma ben più alta è la propria dignità e la pace della coscienza. In questo Sud in cui si è inclini al compromesso, al quieto vivere e alla comodità mi rivolgo alla mia Chiesa, e dico: "usciamo dalle sacrestie, le nostre scarpe odorano troppo d'incenso e poco di polvere della strada. Lasciamo suonare le campane delle CENTO CHIESE di AVERSA perché la gente non solo esca dal sonno della notte, ma anche dal sonno dell'anima".

 

 

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