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Questa pagina contiene un singolo articolo inserito il 29.03.16 21:18.

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"Bocca di pietra" di Maria Cristina Alfieri Luigi Alviggi

Alfieri.jpg

È questa l'opera d'esordio nel campo letterario dell'Autrice (Milano, 1968), giornalista e direttore editoriale di riviste economiche. Vi è narrata la saga di una famiglia piemontese, di umili origini ma dai saldi legami parentali, dagli anni venti del secolo scorso sino ai giorni nostri. Le vicende, ambientate nei bei luoghi intorno Stresa, godono del magnifico sfondo delle vedute sul Lago Maggiore. Il lavoro di ombrellaio ambulante, nei tempi passati, è stata la tradizione passata di padre in figlio, tutti provetti in questo antico mestiere. >>>

Giovanni, con il nonno Giulio protagonisti principali della storia, va all'aeroporto per prendere il Milano - Roma ma, per colpa del traffico, perde il volo. Il passeggero che lo precede, nella fila d'attesa per il check-in, riesce ad imbarcarsi con un guizzo improvviso che lo spinge a saltare le varie transenne di blocco. L'aereo, però, precipita poco dopo il decollo lasciando ben pochi superstiti. A questo punto, per il Giovanni miracolato, la vita si frattura in due tronconi, un prima e un dopo il terribile evento. Da questo si diramerà una serie di avvenimenti di influenza determinante sugli sviluppi a seguire.

Frastornato dalla tragedia, Giovanni pensa alla vedova dell'uomo che è voluto partire a forza ed è spinto ad andarla a conoscere. Desidera condividere lo smarrimento di fondo che lo possiede ed alleviare, se possibile, il dolore della donna. Iniziano così le frequentazioni con Elisa e, da una timidezza reciproca iniziale, evolvono man mano in un amore ardente che spinge i due ad andare a vivere insieme a Milano. Nella casa da prendere in affitto, per il casuale allontanamento dell'intermediario, faranno per la prima volta l'amore. La moglie Elena resta relegata nell'ombra dalla nuova passione del marito.

L'opera è articolata in due filoni narrativi: uno segue la vita di Giovanni, sceneggiatore televisivo dei giorni nostri; l'altro quella di Giulio, dal 1924 fino a pochi anni fa. Questi vivrà per lo più a Nocco (Gignese) le fasi di un'esistenza difficile e travagliata. I due filoni si alternano nel testo, arricchiti, ma anche distolti, da sequenze di flash-back e flash-forward volte a tener desta l'attenzione del lettore.

Giulio ha, racchiuso nell'anima, un trauma devastante. All'età di nove anni, sceso di notte in giardino per far pipì, è attonito spettatore del suicidio della madre Letizia, neanche riconosciuta nell'oscurità. La donna viene inghiottita dal pozzo nel cortile, la bocca di pietra, portatrice nel luogo di pessima fama. È rimasta travolta, per un investimento sbagliato, dalla crisi finanziaria del '29. Il marito Filippo, già disperso da mesi nei vagabondaggi legati al mestiere esercitato, non si farà più vivo. Perdere la madre per un bambino che poco ha conosciuto il padre è un dramma doppio, il mondo familiare crolla e ben poco rimane oltre, la vita assume l'aspetto di uno sconsolato deserto. Giulio cresce, dunque, orfano di entrambi, affidato alle cure della nonna e di una zia materne, ma corroso dentro da grandi sofferenze. Si impegnerà nella lotta partigiana e, salvando una compagna catturata dai fascisti verso la fine della guerra, troverà un primo sollievo al senso di colpa inconscio che si porta appresso per la fine della madre. Superato l'apprendistato, si trasferisce a Milano e qui incontra Gemma. Ne farà la sua sposa, e sarà lei a liberargli il respiro da sempre compresso. Presto saranno allietati da un figlio, Marco. Ma è solo una parentesi:

 

"Fu proprio durante una di quelle interminabili serate, passate nel retrobottega a cambiare stecche e rifare cappelletti, che iniziò a sentirla tossire. Prima qualche colpo, discreto. Poi un susseguir­si continuo, che talvolta andava a chiudersi sordo in un fazzolet­to portato alla bocca. Sulle prime la scambiò per una tosse sta­gionale: ne aveva prese tante, lui, sempre là fuori a urlare al vento le bellezze della sua mercanzia. Ma lei...

* * *

«Non ti spogli?» gli chiese sottovoce Gemma.

«No. Voglio solo starti vicino. Ho paura per quella tosse...» le rispose pensieroso.

«Ti ho detto che non è nulla! Passerà... Perché ti preoccupi così tanto?»

«Perché ti voglio bene...»

Gemma gli prese le mani e le portò alla bocca, le baciò e ci affondò dentro il viso.

«Sei tutta la mia vita» gli sussurrò. «Non avrei potuto deside­rare di più.»

 

Giulio scostò le coperte e la prese tra le braccia. Ogni volta che l'abbracciava, si stupiva di quanto fosse minuta. Ormai la conosceva bene. I fianchi stretti, le gambe sottili, il seno: due collinette asciutte che stavano tutte nell'incavo delle mani, e ne avanzava ancora. Aveva imparato a esplorarla, poco per volta, a vincere le sue resistenze e godere dei suoi abbandoni. Le sollevò la camicia da notte e si rammaricò, come sempre, di dover risalire con ruvi­de dita una pelle tanto morbida. Usando tutto il garbo di cui era capace, le aprì le gambe e si fece strada dentro di lei. E mentre il piacere incominciava a offuscargli il pensiero, senti nel ventre quel dolore. Era tanto che non lo percepiva più. Erano anni. Eppure lo ricordava bene, quel sigillo somatico che chiudeva le sue gior­nate di bambino, mozzandogli il fiato prima del sonno. Da quan­do la bocca di pietra si era mangiata sua madre, non era passata sera senza che lui avesse sentito quello strazio nella pancia. Poi, durante la guerra, si era affievolito, fino a sparire del tutto con l'ar­rivo a Milano. E adesso era di nuovo lì, a ricordargli che il morso della paura affonda meglio i denti quando abbiamo molto da per­dere. Fu un attimo. Lo perse un istante dopo, nell'ultima spinta che gli svuotò l'anima dentro di lei.

* * *

Aspettò molto, quella sera. I colpi di tosse iniziarono a rincorrersi e ad accavallarsi come una pioggia di vetri spezzati. E a ogni colpo la sua ansia cresceva un po'. E poi ancora. E ancora. E ancora. Fino a non poterne più.

Si alzò con la testa che gli scoppiava e al buio cercò i pantaloni che aveva gettato sul pavimento. Li infilò e scese le scale senza far rumore, attento a evitare il secondo gradino che cigolava sempre. Prima di scomparire al piano di sotto, restò a guardarla nella penombra, ancora un attimo. «Grazie» le disse sottovoce. Fece per­fino un sorriso, tra sé e sé. E, nonostante tutti i suoi presentimenti, non poteva immaginare che, dopo quella notte, non avrebbe mai più fatto l'amore con lei."

 

Frammenti dispersi divengono utili a riorganizzare l'opacizzata spirale della memoria per Giovanni, quasi foto del passato, come le cartoline antiche di Nocco che lui raccoglie per amore del posto dove è cresciuto ma anche per riconnettersi al passato familiare. Anche lui, del resto, con madre assente dalla nascita, è vissuto poco con il padre Marco. Questi ha abbandonato giovane la casa paterna per andare a vivere in Europa l'esperienza del '68 e, dopo rare e scarne lettere, ritornerà da lui solo col figlio in fasce. Lo porta per risarcire il padre del proprio abbandono, in un insolito gesto di affetto e ringraziamento, ma rimarrà con loro pochi anni. Spinto lontano da quei piccoli luoghi dallo spirito d'avventura, prenderà di nuovo il volo per l'India verso ignoti amici, tagliando del tutto i ponti familiari dopo non molti anni.

Rivive con lui una vicenda analoga a quella del nonno Filippo, che tradisce la famiglia per pellegrinaggi senza meta. E Giulio riverserà sul nipote, nell'avanzare degli anni, tutto l'affetto che non ha potuto dedicare a moglie e figlio. Un altro tentativo di sbloccare i suoi cronici inceppi mentali.

Seguiamo Giovanni nelle esperienze di vita di un uomo giovane dei nostri tempi, nei legami di lavoro, nei progetti di progresso sociale per sé e per Elisa, molla comune della vita di oggi più che di quella di ieri, nei diversi contatti con gente mai incontrata che a volte concedono molto, sorprendendo ogni possibile attesa. Giovanni, in effetti, è l'uomo nuovo della famiglia che vuole liberarsi da panie ancestrali per volgersi alle esigenze che il mondo odierno, anch'esso ben diverso, impone ai suoi costituenti. Il ripristino delle vicende familiari rappresenta lo sforzo di riannodare schegge disperse per ricostruire ricordi, l'unico mezzo per ribellarsi all'angheria continua del tempo. Il tutto per ripristinare l'organicità della propria origine e trovare la strada migliore per orientarsi nella nebbia che circonda il nostro andare.

Di notevole forza narrativa e fluido timbro letterario, l'opera scorre con un ritmo classicheggiante ove le frasi sono impreziosite da assonanze originali per oggetti, parole, sentimenti, antiche usanze. Il fondo crepuscolare di sensibilità partecipante a quanto si va narrando, dona un tocco particolare all'esposizione. L'Alfieri è portata ad indagare le cose che ci circondano, a scoprirne riferimenti e associazioni, a legarle alle tracce di memoria che ognuno si porta dentro nella propria costruzione del reale.

Giulio è l'uomo di ieri, travolto dalle tragedie, epico nel suo fronteggiare gli eventi, soccombe perché la vita non ha saputo munirlo di resistenze pari alle situazioni affrontate e, nella sua odissea, è quegli che fa meditare sull'assoluta importanza che il fato riveste nella sorte di ciascuno. Dopo Milano, rimasto di nuovo solo, tornerà a Nocco per onorare le sue radici e tentare di conciliarsi, avanzato negli anni, con il suo intimo. Cadrà vittima di un equivoco, del destino beffardo che ha voluto ancora una volta giocargli uno scherzo:

 

"E anche a te una spada trafiggerà l'anima" aveva profetizzato Simeone a Maria nel tempio di Gerusalemme. Era ancora un bam­bino, Giulio, quando a catechismo aveva sentito declamare per la prima volta quel pezzo del Vangelo di Luca, ma ne era rimasto su­bito profondamente scosso. Aveva avuto, senza capirne il perché, l'assurda sensazione che il destinatario di quell'angosciosa profezia fosse anche lui. E a ogni età della sua vita gli era parso di averne la conferma. Da piccolo con la perdita della madre, da adulto con la morte della moglie e la lontananza del figlio. Adesso con l'ampu­tazione della parte migliore di sé, suo nipote."

 

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