Archivio degli articoli del Dicembre 2016

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Ricordarsi di ciò che viene Raffaele Pezzullo

"E importante ricordarsi di ciò che viene" - dicevano i Padri del Deserto. In questo paradosso esistenziale,nella dimensione temporale che ci coinvolge, cogliamo il fluire del tempo,tra passato,presente e futuro;tra ciò che era ciò che siamo e ciò che saremo,avvolti dal senso dell'"inattuale", ma sempre in attesa dell'evento"; di ciò che accade o potrebbe accadere o accaderci, dal passato remoto o recente. Viviamo dunque, il tempo, come momento "divenire", del "fieri". La tendenza "teoretica" della filosofia e della fenomenologia,non esclude il rapporto con la realtà del mondo in cui l'esistenza si realizza, talvolta in maniera anche problematica, oggetto di indagine psicologica e psicanalitica, senza mai prescindere dal carattere di trascendenza che ne sublima consapevolmente o meno, la pianificazione progettuale e quindi il proiettarsi verso un futuro di realizzazione personale in cui fare esperienza di libertà, proprio attraverso quell'essere proiettato nel mondo, come dice Sartre. 

Attraverso questo processo,l'esistenza perviene alla propria autenticità: l'uomo che realizza se stesso ne raggiungimento della propria attuazione personale, individuale e anche relazionale col mondo e con gli altri. E' il senso dell'essere che si esplica si dipana. Sono in gioco, i meccanismi della comunicazione in cui la parola acquista e rivendica tutta la sua reale e potenziale valenza come strumento e veicolo di libertà e liberazione in senso terapeutico, anche dai "lacci" del vivere nella quotidianità, puntualizzato dall'angoscia, sintomatica del secolo scorso e che ancora tocca questi nostri giorni; un Novecento su cui si addensavano problemi non risolti dal secolo precedente e che con il sorgere della psicanalisi, sottolineava il disancoraggio dell'uomo dalle vecchie certezze con condizioni di instabilità e insicurezze,di cui sono voce Kafka, Proust, Sartre, Moravia. Un angoscia che induce la paura del nulla per una vita senza prospettive e quindi senza futuro,con la morte unica alternativa che si intraveda all'orizzonte cui ci si prepara, come dice Platone e come scrive Dante,attraversando il breve itinerario della vita e magari, esorcizzandone l'effetto, rifugiandosi nella religione, guadagnando una più intensa apertura ad un nuova vita, come ancora afferma Platone. 

La morte chiude inesorabilmente la "storicità" dell'esistenza iniziata con la nascita e sviluppatasi e resa autentica dalla progettualità che l'individuo realizza operando scelte autonome e libere, dettate da una visione "economica" del vivere siglato dall'enigma "morte", esperienza che come il dolore, veramente ci appartiene, al termine del nostro vagabondare attraverso i mille modi in cui l'estrinsecarsi del nostro essere si manifesta,sempre alla ricerca della verità;la verità che non può mai essere raggiunta nella sua assolutezza oggettiva, ma solo avvicinata attraverso un processo "euristico" teso a definire "ciò che non è nascosto". 

Una verità,ancora che è alla ricerca di un nuovo umanesimo utilizzando un nuovo linguaggio come "casa dell'essere", per dirla con Heidegger, capace anche di dar voce all'"ascolto" e come involucro che avvolge l'uomo nel suo tendersi illuminante verso il divino e l'assoluto che salva e che si esprime attraverso la poesia in cui l'essere si libra nelle forme più eccelse della parola e l'arte, che come conoscenza, ci lega alla verità così come erano congiunte nel mondo antico e che dà forma, nella riflessione estetica, alla tensione dell'uomo verso la bellezza: l'una e l'altra penetrate dall'investigazione critico-ermeneutica che fa emergere il non-detto e il non-rappresentato.  

La scuola violoncellistica di Ciandelli Salvatore de Chiara

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È stato recentemente pubblicato per i tipi della Libreria Musicale Italiana un nuovo importante saggio di Enrica Donisi dal titolo "La scuola violoncellistica di Gaetano Ciandelli". La studiosa, musicologa e storica della musica, che già in passato, con le sue ricerche sulle Scuole Musicale dell'Istituto San Lorenzo e sulle Bande Musicali Militari, ha messo in luce l'importante ruolo di Aversa nello sviluppo della musica moderna, riscopre in questo nuovo libro la storia della scuola violoncellistica che prese le mosse, nel XIX secolo, da Gaetano Ciandelli. 

Nato a Napoli nel 1801, Ciandelli è stato un illustre violoncellista a lungo sottovalutato, fu allievo di Niccolò Paganini che lo additò finanche quale alter-ego di sé stesso. Virtuoso incontrastato, si dedicò prevalentemente all'insegnamento, sia presso il Conservatorio San Pietro a Maiella sia presso l'Orfanotrofio San Lorenzo, ove fu a lungo docente, ma soprattutto come precettore privato trasmettendo la sua arte ad una numerosa progenie di allievi che diffusero le sue innovazioni in tutto il mondo. Ciandelli operò una profonda innovazione della tecnica e della didattica, una vera rivoluzione per i suoi tempi, dando origine alla scuola che ora, grazie all'opera della Donisi che attinge fonti inedite e presenta nuove letture dei dati conosciuti, gli viene giustamente attribuita. Sui principali allievi furono Domenico Laboccetta, Carlo Mercadante e Gennaro Giarritiello, che ebbe a sua volta come allievo Giuseppe Magrini da cui si sviluppò la scuola violoncellistica milanese che ebbe tra gli epigoni Luigi Broglio, iniziatore della scuola violoncellistica a Padova, Ferruccio Carlo Alberti e Mario Pezzotta. A Roma fu Ciandelli medesimo a formare una scuola di violoncellisti applicando il suo metodo, che continuerà a svilupparsi fiorente fino alla prima metà del '900. Per gemmazione si sviluppò poi una attiva scuola ciandelliana in sud America, in particolare in Cile con l'opera di Luigi Giarda e poi in Argentina. Anche la musica per clarinetto si giovò dell'opera di Ciandelli, il cui ruolo didattico risultò propedeutico per i giovani strumentisti a fiato o per gli studenti di composizione e contrappunto. 

Ad Aversa furono numerosi gli studenti di Ciandelli, da Pasquale Lozzi, che dopo essere stato allievo del San Lorenzo vi divenne professore di contrappunto, a Generoso Risi, clarinettista che fu direttore di banda a Londra. Al San Lorenzo di Aversa si sviluppò grazie alle innovazioni del Ciandelli anche una valente arte di accordatori e costruttori di strumenti, assecondata da docenti illuminati dell'orfanotrofio come Ferdinando Pinto. L'opera di Enrica Donisi è dunque una novità assoluta, un lavoro rigoroso e completo che getta una luce del tutto inedita su un argomento di grande interesse per la storia della musica. Proprio in virtù dell'importante apporto scientifico, la pubblicazione ha ricevuto il patrocinio dell'Ambasciata del Cile in Italia, del Dipartimento di Architettura della Seconda Università di Napoli e del Teatro San Carlo di Napoli.

La riforma non funziona Salvatore de Chiara

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Così per come è stata concepita e per come è scritta la riforma del Titolo V della Costituzione non è idonea a raggiungere gli obbiettivi di semplificazione del sistema che si erano prefissati i suoi promotori. Anzi, è molto concreto il rischio che le nuove norme finiranno per rallentare il processo legislativo-decisionale e renderlo meno efficiente. La riforma è timida, da vita ad un sistema ibrido che dimostra come in realtà non vi sia la volontà di affrontare seriamente il tema delle riforme. In primo luogo non si è intervenuto sul ruolo del Presidente del Consiglio, che rimane invariato, ed è questa l'unica anomalia del sistema italiano, non tanto il bicameralismo perfetto, quanto lo stato di minorità in cui è tenuto il capo del governo rispetto al parlamento. 

Ormai, dopo settant'anni di democrazia consolidata i tempi sono maturi per passare dalla democrazia parlamentare ad un premierato eletto direttamente dai cittadini. Ma di tutto questo nella nuova costituzione non v'è traccia, nemmeno della abolizione netta del Senato, che forse avrebbe avuto un senso, ma piuttosto viene tenuto in vita artificialmente assegnandogli compi marginali. Non si capisce poi il perché i Senatori dovrebbero essere eletti con un meccanismo di secondo livello, salvo promesse dell'ultim'ora di sistemi cervellotici di elezione diretta, e soprattutto non è chiara quale reale utilità abbia l'affidare complessi compiti a sindaci e consiglieri regionali già oberati dai doveri del mandato elettorale originario. Si produrrebbe inoltre un meccanismo di "porte girevoli", in base al quale, essendo il mandato dei Senatori legato alla durata del mandato da amministratore locale, ci ritroveremmo in media ogni due anni a rinnovare un terzo dei membri della nuova camera alta, poiché Consigli Regionali e Comuni tengono le elezioni per il loro rinnovo in momenti diversi ed in date diverse da regione a regione. Come si potrebbe con questa composizione affrontare un percorso continuativo dei compiti assegnati? La assegnazione delle sfere di competenza alle due Camere è altrettanto approssimativa con la possibilità, praticamente certa, di continui conflitti di attribuzione, in una cornice che, se a chiacchiere vuol ridurre i passaggi da un ramo all'altro, in effetti crea almeno sei diversi subprocedimenti appesantendo l'iter di formazione delle leggi. 

Qualcuno sostiene che il modello sia di ispirazione tedesca senza tener conto che nel sistema tedesco, in caso di conflitto tra le due camere del parlamento, è prevista l'attivazione di una Commissione di Mediazione intercamerale che ha le funzioni di produrre una soluzione legislativa di compromesso. Quest'organo non è previsto nella riforma Renzi-Boschi ed il risultato sarà un abnorme ricorso alla Corte Costituzionale per dirimere i conflitti di attribuzione che, considerando come sono mal delineate le competenze, saranno numerosi. Se l'obiettivo era poi diminuzione dei costi del Senato sarebbe stato possibile intervenire sui rimborsi parlamentari con legge ordinaria, analogamente, è apprezzabile il contingentamento dei tempi per l'esame delle proposte di legge da parte delle Camere introdotto dalla riforma, ma per realizzarlo non c'era certo bisogno di stravolgere mezza Costituzione. 

Dal nuovo testo escono massacrate le Regioni che si ritrovano private di molte delle competenze prima assegnate loro, e questo potrebbe sembrare un intervento necessario, ma al contempo si introducono norme che, di fatto, commissariano le scelte regionali da parte del governo centrale senza fissare chiaramente i limiti di attribuzioni e competenze. Ed è un controsenso che nel momento in cui si vorrebbero valorizzare le autonomie locali dotandole di una Camera che le rappresenti, si sottraggano competenze alle Regioni e si sopprimano contestualmente le Province. L'esigenza di sopprimere il CNEL era avvertita da parecchio ma i suoi costi, attualmente, non giustificano trionfalismi sui risparmi, sono infatti in carica appena un terzo dei suoi membri, ormai senza indennità e rimborsi, mentre i suoi dipendenti saranno tutti riassorbiti dalla Corte dei Conti. Al di là degli intenti propagandistici e del significato più largamente politico che la riforma rappresenta, le finalità di ammodernamento del sistema politico, di snellimento delle procedure e di risparmio sono tutte disattese.

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