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L’ANGOLO DELLA POESIA (2) di Luigi Alviggi

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CITTA’ VECCHIA di Umberto Saba
Siamo nella Trieste d’inizio secolo scorso. Nelle strade, da pochi anni rischiarate dall’illuminazione elettrica, si respira ancora l’atmosfera asburgica, mentre non si avvertono per ora i sinistri scricchiolii che porteranno all’imminente crollo dell’Impero Austro-Ungarico (1918). In Italia non si è ancora spenta l’eco del terribile terremoto di Messina (80.000 morti)


L’ANGOLO DELLA POESIA (2) di Luigi Alviggi
______________________
CITTA’ VECCHIA (da Trieste e una donna, 1910/12)
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
Umberto SABA (1883 – 1957)
Siamo nella Trieste d’inizio secolo scorso. Nelle strade, da pochi anni rischiarate dall’illuminazione elettrica, si respira ancora l’atmosfera asburgica, mentre non si avvertono per ora i sinistri scricchiolii che porteranno all’imminente crollo dell’Impero Austro-Ungarico. In Italia non si è ancora spenta l’eco del terribile terremoto di Messina (80.000 morti), ma le nostre aspirazioni imperiali ci sospingono entusiasti verso la guerra alla Turchia per impadronirci della Libia, un tesoro che non sapremo sfruttare. Nel 1912 si introduce il diritto di voto per tutti i cittadini maschi alfabeti, che siano maggiorenni (più di 21 anni) ed abbiano assolto gli obblighi di leva. Vittorio Benussi introduce l’edificio psicoanalitico nel nostro paese. Negli stessi anni anche Italo Svevo (Ettore Schmitz) – che ha già pubblicato “Senilità” e sta pensando a “La coscienza di Zeno” (uscirà solo nel 1923) – entra in contatto con Freud e la sua complessa ed iconoclastica dottrina. Non esiste un’avanguardia di maggior rottura di questa rispetto al pensiero tradizionale del XIX secolo, che ha davvero bisogno di una ventata innovatrice. Ma non sarà impresa facile. Anche Saba si curerà presso uno psicanalista e darà grande importanza, nel suo pensiero, a questo movimento.
Trieste è la porta dell’est, ed il poeta si aggira per le sue vie ben note. La lascerà ad oltre venti anni. La città ancor oggi conserva un’aria distinta, di nobile signora di mezz’età, ed arriva ben di rado sulle disastrose cronache dei quotidiani, nelle quali viene riportato l’accadimento di tutto l’immaginabile.
Il poeta ha avuto un’infanzia travagliata ed una breve carriera scolastica. Inizia a lavorare presto e, dunque, il giornaliero contatto con la gente rimarrà uno dei principali motivi ispiratori della sua poetica. La zona vecchia della città rigurgita di persone che indugiano, prima di tornare a casa dopo il lavoro. Allora erano ben scarse le occasioni di distrazione, e dunque è piacevole fermarsi all’osteria per bere e scambiare qualche chiacchiera con amici, o anche con sconosciuti. L’alcool scioglie la lingua e rende fluidi i pensieri. La folla in una città porto, crocevia di traffici e di razze, si mercifica al pari delle cose, e tanti, trascinati via dalla corrente, si ritrovano malauguratamente “detrito di un gran porto di mare”. Ma qui prorompe la diversità tra il poeta e l’uomo qualunque: questi non sa far altro che adagiarsi nel flusso seducente; il primo ha la potenza di scorgere nel particolare l’universale, e sa comunicare l’immane tesoro scoperto a quanti hanno la fortuna di saperlo seguire nella fantasia:
“io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà”
Bellissimo l’universo di significato racchiuso in questi due piccoli e stupendi versi.
Il viandante affonda poi lo sguardo nella calca che gli scorre intorno.
C’è di tutto: il marinaio, la prostituta, la giovane dai sensi in tumulto e pazza d’amore per il suo uomo. Nei mille casi delle vite più disparate, nelle gioie e nei dolori che costituiscono il tessuto della vita di ciascuno, per l’uomo credente esiste qualcosa che accomuna tutti nel dibattersi della vita con gli altri, l’immagine divina che ciascuno di noi porta seco dal giorno della creazione. La Fede riscatta ogni inciampo, ogni perdersi lungo la via. È Essa che trascina indenni attraverso le peggiori storture, ed è oltremodo dolce – per chi in Essa confida – abbandonarsi alla Sua consolazione. È significativo che, nella breve lirica, compaia due volte il riferimento all’umiltà, virtù oggi del tutto scomparsa. E sembra risuonare l’eco dell’evangelico dettato, “beati gli umili perché di essi sarà il regno dei cieli”..…
Soddisfazione, somma tra le altre, è questo rincuorarsi intimo del singolo – dell’Autore nella fattispecie – proprio là dove il percorso più si allontana dal retto cammino. Il soffio ispiratore trascende la realtà ed ogni cosa, rielaborata alla tempra dell’interno crogiolo, acquista nuova splendida veste:
“sento… il mio pensiero farsi più puro dove più turpe è la via”.
Singolo, folla, destini, tutto trova spazio in un unico cerchio trascendente che ciascuno è libero di scorrere a proprio piacimento.


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