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Diritto | Fisco
1 / Una Finanziaria pre-elettorale? Si, no, forse Giancarlo Fornari

finanziaria%20pioggia%20soldi.jpgE dunque anche quest’anno si è arrivati a una Finanziaria fatta di emendamenti buttati all’ultimo momento dal governo sul tavolo dei parlamentari – prendere o lasciare – e approvati con otto voti di fiducia tra Camera e Senato. E nonostante le promesse dello scorso anno la legge è ancora la solita poltiglia di ben 1193 commi ammassati in tre articoli, tutti ovviamente senza rubrica e senza divisioni in titoli e capitoli, con una miriade di riferimenti incrociati a testi di legge precedenti dei quali, in aperta violazione dello Statuto del contribuente, non viene mai indicato il contenuto. Un testo incomprensibile non solo per il comune cittadino ma anche per il comune parlamentare, costretto ad approvare – se è della maggioranza e non vuole far cadere il governo – disposizioni della cui portata non è in grado, nel poco tempo disponibile, di rendersi pienamente conto. Se questa è la forma, da condannare in blocco, i contenuti si prestano a un giudizio più articolato. Accanto a misure di pura facciata, ad autentici bluff e a regalie ingiustificate che hanno fatto parlare, non del tutto a torto, di finanziaria pre-elettorale, ci sono nella legge numerosi interventi importanti. C’è anche qualche tentativo di affrontare in modo nuovo emergenze sociali e ambientali con le quali il nostro paese deve sempre più spesso confrontarsi
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Non ci fermiamo sugli aspetti formali della legge, che meriterebbero, come abbiamo già sottolineato in un corsivo, una censura da parte della Presidenza della repubblica in quanto prima custode della legittimità costituzionale delle leggi. I vizi che si possono addebitare anche sul piano del metodo a quest’ultima Finanziaria sono peraltro comuni a maggioranza ed opposizione – visto che non diversi erano stati gli iter e la forma delle finanziarie del precedente governo – e mettono allo scoperto in modo drammatico le criticità ormai croniche del nostro sistema legislativo. Non a caso un Parlamento costretto a legiferare in condizioni di continua emergenza è stato capace di approvare a metà dicembre un decreto legge (quello sulla sicurezza, che il governo ha dovuto poi ritirare) viziato da un macroscopico errore. Sono situazioni di ingovernabilità istituzionale ormai consolidate, da cui derivano effetti a catena su tutto il sistema-paese e che da tempo richiederebbero coraggiose riforme. Anche queste, promesse più volte ma sempre inutilmente.
Le buone intenzioni
Nel complesso, questa del 2008 si potrebbe definire la finanziaria delle buone intenzioni: difesa delle aree verdi, sostegno all’edilizia popolare, sviluppo dell’imprenditoria femminile e cento altre iniziative “politically correct”. Una finanziaria fatta per piacere a tutti (qualcuno all’opposizione ha parlato di finanziaria pre-elettorale) al contrario di quella dell’anno scorso, che sembrava fatta per non piacere a nessuno.
Le erogazioni sono scese a pioggia su tantissimi campi, e di seguito cercheremo di elencare quelle più significative. Ma intanto, cercando di dare un giudizio d’insieme, bisogna dire che questa manovra finanziaria non è, come qualcuno ha detto anche dall’interno della maggioranza, il trionfo del partito del “tassa e spendi”. Oltre alla redistribuzione di risorse contiene diverse misure di investimenti in infrastrutture destinate a produrre favorevoli ricadute sul piano della crescita dei redditi e dell’occupazione.
Indubbiamente però alcuni provvedimenti di spesa, a cominciare dal famoso “bonus incapienti”, appaiono di eccessivo impatto e realizzati spesso con criteri poco ragionevoli. Purtroppo, come è stato di recente ricordato più volte ma senza successo, il nostro Paese è afflitto da un debito pubblico, ereditato dagli anni Ottanta, che con i suoi 70 miliardi di interessi passivi all’anno pesa come un macigno sui conti dello Stato e indirettamente sull’intera economia. Per di più alcuni provvedimenti recenti in parte di dubbia copertura, come l’abolizione dello “scalone” a beneficio, tra l’altro, di un numero poco rilevante di lavoratori e l’aumento delle pensioni minime hanno pesato per più di dieci miliardi sul bilancio dello Stato. Altre risorse, per un ammontare complessivo di 4 miliardi e mezzo, sono state impegnate per la riduzione dell’Irap.
Questa Finanziaria, nella versione finale, ha aumentato ulteriormente la spesa al di là delle previsioni, con un trend di aumento che ha seguito passo passo quello degli articoli: passati da 97 nel disegno di legge presentato dal governo (con 10,7 miliardi di spesa) ai 151 del testo approvato dal Senato (in cui la spesa saliva a 13 miliardi) e ai 1193 commi del testo definitivo elaborato dalla Camera, che l’hanno fatta impennare fino a 16,7 miliardi.
Aumenta il debito invece di diminuire
Come hanno rilevato gli economisti del Cer (un centro studi non certo vicino all’opposizione), gli interventi realizzati con la manovra di bilancio (legge finanziaria e decreto legge collegato) determinano un aumento dell’indebitamento di circa 6 miliardi già nel 2007, di 7,8 miliardi nel 2008 e di oltre 6 miliardi nel 2009. Diversamente dalle finanziarie degli ultimi anni, nelle quali si era badato a ridurre il debito, questa finanziaria l’ha aumentato. Il precedente più vicino in questo senso – ricorda il Cer – è quello della manovra per il 2001, che però chiudeva la legislatura e poteva essere quindi agevolmente spiegato in termini di ciclo elettorale.
Le risorse complessivamente impegnate dagli interventi redistributivi risultano, sempre secondo le stime del Cer, pari a circa 4,2 miliardi di euro, che affluiscono alla quasi totalità delle famiglie (87,4 per cento), con un risparmio medio (dovuto in buona parte alla riduzione dell’Ici), pari a 213 euro. Oltre la metà delle risorse impegnate, 2,2 miliardi di euro, viene però consumata dall’intervento rivolto ai contribuenti incapienti. Le restanti risorse, pari a circa 2 miliardi di euro, sono equamente ripartite nelle due misure di sostegno alle abitazioni principali di proprietà (1,1 miliardi di euro) e in locazione (0,84 miliardi di euro).
Ma sono pesanti anche le voci al passivo
Accanto a questi vantaggi c’è però lo scotto sotterraneo rappresentato dal drenaggio fiscale, l’aumento delle tasse (detto anche fiscal drag) provocato dall’inflazione. Un costo che nell’ultimo anno ha comportato per quasi l’80 per cento della famiglie un aggravio medio di imposta pari a circa 90 euro, che vanno quindi a ridurre i benefici della manovra finanziaria. Un costo ovviamente ripetuto di anno in anno: l’Ires Cgil ha calcolato che tra il 2002 e il 2006 mediamente le famiglie, grazie al fiscal drag, hanno perso 686 euro. Ed è proprio a causa del fiscal drag e dell’aumento selvaggio delle addizionali comunali e regionali che la pressione fiscale è aumentata di ben mezzo punto nel 2007, e solo nel 2009 potrà tornare ai livelli del 2006.
Pressione fiscale (tributaria più contributiva)
2006 – 42,3
2007 – 42,8
2008 – 42,5
2009 – 42,3
2010 – 42,3
Nel complesso con la manovra 2008 si registra – secondo le valutazioni del Cer – una certa disparità di trattamento tra famiglie avvantaggiate (63 per cento), che beneficiano di maggiori risorse per 3,7 miliardi di euro, e famiglie svantaggiate (36 per cento) che subiscono un maggior prelievo per un miliardo di euro.
Particolarmente rilevante, come abbiamo già notato, la “misura fiscale di sostegno a favore dei contribuenti a basso reddito” (art. 44 del decreto 159/2007), che con 1,9 miliardi di euro rappresenta l’intervento più corposo della manovra di finanza pubblica per il 2008. Al solito, con un incredibile vizio di fondo. Anche queste elargizioni vengono infatti riversate sui contribuenti in base alle loro dichiarazioni dei redditi, e cioè ad un metro di valutazione che lo stesso governo – quando sbandiera la sua volontà di partire lancia in resta alla guerra contro gli evasori – non si stanca di denunciare come spesso totalmente false. E che però un attimo dopo utilizza per redistribuire a questi stessi evasori le risorse sottratte ai contribuenti onesti. C’è da augurarsi che prima o poi si abbandoni finalmente questo demenziale utilizzo dei 740 come metro per la distribuzione di agevolazioni e lo si sostituisca con il molto più affidabile Isee (il cosiddetto riccometro), non a caso proprio con questa Finanziaria trasferito al controllo dell’Agenzia delle entrate.
Al di là delle altre critiche che si possono fare – come vedremo più avanti – agli aspetti fiscali del provvedimento, riteniamo che il Cer non sbagli quando sostiene che l’impatto del bonus incapienti avrebbe dovuto essere ridimensionato e le risorse così rese disponibili avrebbero dovuto essere più opportunamente destinate a un intervento per la restituzione anche parziale del fiscal drag.
Condizioni critiche
In conclusione, il giudizio sulle scelte macroeconomiche non è entusiasmante. E sì che per molti aspetti le nostre condizioni sono critiche. Da ben quindici anni la crescita dell’Italia è la più bassa di tutto l’occidente. La competitività e la produttività sono in calo. Quanto al prodotto lordo, siamo stati appena sorpassati dalla Spagna, mentre la Grecia e altri paesi si preparano a farlo. Le nostre ferrovie avrebbero bisogno di interventi di modernizzazione – sia della rete che del materiale rotabile – che secondo alcuni calcoli richiederebbero investimenti pari a un decimo del Pil.
Purtroppo non si vedono neanche in questa Finanziaria misure che possano aiutarci a superare questa situazione. Mentre notizie poco incoraggianti arrivano sul fronte dell’inflazione, che sta erodendo mese dopo mese il potere d’acquisto delle famiglie a reddito fisso e finisce con l’aumentare, come abbiamo visto, anche il peso dell’Irpef. Intanto arriva notizia che le banche prevedono, per il 2008, un aumento dei profitti di oltre il 10 per cento, molto superiore a quello degli impieghi. I tentativi in sé apprezzabili del ministro Bersani non sono riusciti neanche un po’ a frenare la corsa delle grandi imprese del terziario a ritagliarsi fette sempre più grandi dei redditi dei clienti. E certo non sarà l’escogitazione di Mister Prezzi a risolvere i problemi di un’inflazione che, oltre a cause esterne, ha anche vecchie cause interne di natura strutturale.


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