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Barack Obama poesia di Giuseppe Limone

FRANCESCO RUSSO Quadro.jpg

Ci hai provato, Barack,

e hai vinto.

Davanti al sole

d’un’unica notte

comune

come figlio superstite hai vinto.

>>> 


Puledro nero

dall’anima rosa

in cieli difficili come fulmine hai vinto.

  Hai vinto

come oro nel buio,

come coccinella destata

alla scoperta del volo, come ape industriosa

inventata

da un pulviscolo di sogni.

  Tu

hai vinto

sulla carestia delle nostre speranze,

nella porpora delle tue parole,

denudando la vista a chi sa.

  Hai vinto

per noi contro di noi, che siamo

bottegai dell’esistente, salvadanai scientifici,

che hanno perso speranza nella verità delle fiabe.

  Tu

hai vinto per te stesso e per noi

e per i padri

torturati dal cotone

e dall’umiliazione di essere appestati,

non contro i loro nemici

ma in nome della scintilla universale

che in loro riposa.

  Hai vinto

ridando vita a morte parole,

vergognose di semplicità.

  Chi ci disse

che vincono sempre gli stessi e che il banale trionfa sempre?

  Chi ci disse

che il ventre è sempre più forte dell’onore?

  Chi ci disse

che il sogno è solo un trucco dei neuroni? Chi ci disse

che chi vola alto dormiva,

che l’anima è una provincia degli ubriachi,

che la madre degli idealisti è sempre incinta?

  Molti calcolatori del certo,

tutte le cavallette del presente

e i sarti dell’ovvio

ora risorgeranno, Barack, in segreto contro di te.

  Sotto mentite forme

lavoreranno da subito

per la vittoria del grigio.

  Perché il grigio vinca sempre,

perché il possibile sia sbugiardato

e il passato sia immortale

alla gloria di chi da sempre già sa.

  Noi adesso preghiamo, Barack,

noi stessi

perché l’uragano delle nostre speranze

non ti schiacci: troppo ardua

è la luce svegliata

dal crepaccio e dalla vertigine del buio.

  Ci hai provato, Barack,

e hai vinto,

e non avevamo capito

che questa volta si trattava di noi.

  Noi non sapevamo

che l’impossibile è la cassaforte di chi sa

e che il possibile

è il pulcino invisibile e gramo,

che lo becca da dentro,

da sempre,

per poter uscire in un giorno incredibile alla luce.

  Forse ci hai dimostrato, Barack,

contro le matematiche certezze

dei calcoli

che più del macigno è il possibile

e che incalcolabile è la sua verità.

  Tu ora forse ci insegni

senza saperlo

che l’incredibile è il fondamento della fede,

tu che colori in un baleno il mondo

con le speranze dei padri

che non cessarono di credere, in fila sepolti

sotto le mura del pianto.

  Ora

forse il cielo è possibile:

è mutato lo statuto dei colori

e il nero è il mattino appena nato

e il pigolio dei bimbi nuovi

e l’innocenza dell’aquila

e l’umiltà dei figli tempestata

della gloria povera dei padri

e l’ala della piccola rondine

che buca l’orizzonte dell’attesa

e il nero della fiamma

che si cela nel segreto

del calore più alto

e squarcia il mondo

e apre al rosso dell’anima rubata.

  Anche la nostra singola morte,

Barack, è banale

davanti alle stelle dei padri,

ora che sappiamo

che l’impossibile ha una segreta cruna d’ago

in cui alla fine

di generazioni in ginocchio

passarono quelli

che ebbero fede nel dolore.

  Tu, Barack,

hai vinto

nella porpora delle nostre speranze

come farfalla svegliata

dalle labbra dei padri.

  Noi ci vedemmo in sogno

e lì scoprimmo

forse

di non aver solo sognato.

  Da ora    

il possibile è vero.

  Sono andate a ruba le fiabe.

  Nel piombo è fiorito.

  Ora ci spetta

osare il filo d’oro che ci guida.

  Siamo cercatori d’un sole

in cui il vero è possibile.

  Siamo curiosi di un mondo che altri vedrà.

 


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