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“Gli ultimi giorni di P. B. Shelley” di Guido Biagi Luigi Alviggi

Shelley.jpg

Percy Bysshe Shelley (1792-1822), il grande poeta romantico inglese,
annegò per l’affondamento della sua goletta – l’Ariel – l’8 luglio 1822 nel
mare al largo di Viareggio, vittima di una tremenda tempesta ma anche
dell’imperizia dei naviganti. Viaggiava da Livorno a San Terenzo, sua residenza
vicino Lerici, e nel naufragio perirono con lui l’amico Edward Williams e il
mozzo Charles Vivian.
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Dieci giorni dopo il corpo spiaggiò sulla costa a sud di Viareggio,
subito sepolto in loco “ricoperto di calcina forte” per le leggi
sanitarie dell’epoca e, a breve, cremato nello stesso posto. Williams approdò a
Migliarino, Vivian presso Massa, tutti per la stessa sorte. Il relitto fu poi
ritrovato e recuperato, intatto e non capovolto, probabile vittima di un’enorme
ondata, al largo di Torre del Lago: delle barche da pesca ebbero le reti
impigliate negli alberi dell’imbarcazione. Da esso furono recuperati quasi
tutti gli effetti personali dei passeggeri.

Vita breve ma dolorosa quella del poeta, salienti il suicidio
per abbandono della prima moglie Harriet nella serpentina di Hyde Park, e poi
la morte del figlioletto William di tre anni, nel 1819, con enorme dolore dei
genitori. Ma le tragedie furono davvero parecchie nella esistenza del poeta. In
Italia Percy era giunto nel 1818 per migliorare le sue cattive condizioni di
salute. Già nel 1858 il grande amico e testimone Edward Trelawny in “Recollections
of the last days of Shelley and Byron
” aveva raccontato i dettagli degli
ultimi giorni, ma fu la celebre opera dell’irlandese Edward Dowden, pubblicata
nel 1886, “The life of Shelley”, pur non esente da inesattezze, a
ridestare l’interesse sulla figura dello sfortunato artista. Trelawny si occupò
dei dettagli per le cremazioni – le vedove non presenziarono secondo gli usi
inglesi dell’epoca -, ma i suoi resoconti su Shelley sono farciti di elementi
che più della realtà degli scenari tendono ad avvolgere la figura del poeta in
un’aureola di lirismo trascendente e suggestione idealistica.

Il libro di Biagi è del 1891, pubblicato nel 1892 dall’editore
Civelli di Firenze, ma la presente pubblicazione riporta la revisione
aggiornata nel 1922 dallo stesso Autore. Guido Biagi (1855-1925), letterato
fiorentino, direttore per oltre un trentennio della Biblioteca Laurenziana, ci
fornisce squarci della vita familiare, introducendoci anche nei complicati
pensieri, nelle stravaganze, e nelle “fughe”, improvvise ed astratte, del
poeta, nei rapporti con gli amici e in quelli tra i quattro conviventi, Shelley
e Williams, giunti a San Terenzo all’inizio del maggio ’22. L’Ariel vi arrivò
nello stesso mese.

Egli descrive con ricchezza di dettagli quei terribili giorni,
prima di attesa angosciosa e di ricerca affannosa nei vari luoghi, poi di
dolore smisurato, delle due vedove – Mary di Percy (l’autrice di “Frankenstein”,
1818), e Jane di Edward, forse l’ultima amante del poeta – sulla base di
documenti familiari, in specie lettere, di quelli ufficiali rintracciati negli
archivi di Firenze, Livorno e Lucca, e di testimonianze dirette di vecchi
superstiti, spettatori degli eventi. Il nostro Autore cerca di separare la
realtà dalla leggenda, e il lavoro è arricchito da numerosi disegni di luoghi e
persone, dei quali esistono peraltro anche fotografie del tempo.

Drammatico nell’incisività il resoconto preciso di Mary su quei
terribili giorni, ed intensissima la lettera all’amica Mrs. Gisborne
dell’agosto del ’22.

 Che scena! Il mare ondoso, scirocco, i lumi del paese verso
cui vogavamo, e i nostri cuori desolati:
tutto mi pareva come velato da un
funebre
panno. Toccammo terra: di loro nessuna no
tizia. Questo fu il sabato 13 luglio; e così stemmo ad
as
pettare fino a giovedì 18 luglio, sempre
combattute tra
la speranza e il timore.
Mandammo messaggeri lu
ngo la costa
verso Genova e verso Viareggio; — non a
vevano
trovato che la lancia. Ci venivano a riferire; sp
eravamo; pure, a raccontarvi l’agonia di quei sei giorni, bisognerebbe farvi pensare ad un’infinità di dolori, perché ogni istante era insopportabile e cedeva il luogo ad un altro anche peggiore.”.“I giorni passano, passano uno dietro l’altro
e noi viviamo ancora. Adonais non è l’elegia di Keats, è la sua propria elegia.
In essa egli c’invita ad andare a Roma”.

Ricordiamo che “Adonais” è il carme del 1821 che Shelley
scrisse in morte dell’amico poeta John Keats (1795-1821).

Lo stile del testo è datato, come è ovvio che sia, ma la
narrazione è avvincente nella sua minuziosità e si legge con interesse, avvolta
da un alone romantico che ancor oggi ci rende avidi di dettagli sulle tristi
vicende.

L’evento mi richiama fortemente alla mente il celebre e bel
dipinto dello svizzero Arnold Bőchlin (1827-1901) “L’isola dei morti“,
eseguito in più versioni negli anni ’80 del XIX secolo. Il soggetto è sempre
uguale: una piccola isola fitta di cipressi e tutta limitata da rocce alte e
scoscese, l’unico angusto approdo possibile coincide con il centro del quadro.
Sul mare circostante, nero e funereo, veleggia verso di esso una piccola barca
a remi: a bordo tre elementi. A poppa il vogatore (Caronte?), al centro della
barca un uomo (o un’anima?) in piedi, fasciata di bianco come una mummia, a
prua una bara bianca posta di traverso all’imbarcazione. L’atmosfera è del
tutto surreale e l’Autore definì l’insieme più volte ripetuto, su richieste
specifiche per il grande successo del dipinto, “un’immagine onirica“.
Freud ne rimase fortemente colpito, ed una delle versioni originali era appesa
nello studio di Hitler al Cancellierato di Berlino. Ogni quadro, anche se di
soggetto tetro, esercita un fascino profondo ed inspiegabile sullo spettatore,
che vi rimane ipnotizzato al cospetto.

Allora Viareggio, da poco città, si trovava nel Ducato di Lucca,
sotto il regno di Maria Luisa di Borbone. Eroe controverso per i suoi
atteggiamenti troppo libertari, Shelley solo nel 1894 – a Unità d’Italia
avvenuta e per il primo centenario della sua nascita -, ebbe edificato un
monumento in loco, proprio davanti alla villa già di Paolina Bonaparte. Alla
sua promozione partecipò anche Giosuè Carducci, che ricordò Shelley in alcuni
versi delle “Odi Barbare” (“giovane di virginee forme“) così come
fece il D’Annunzio nell'”Anniversario Orfico” dell'”Alcyone“.
Ancor oggi Viareggio ricorda d’estate l’inquieto poeta.

Trelawny – si tramanda – riuscì, ustionandosi, a strappare il
cuore dal petto del poeta squarciatosi per il calore, facendone poi pietoso
dono alla moglie. Testimone della veridicità del fatto fu Lord Byron
(1788-1824), poeta e politico inglese amico di Shelley, che presenziò le due
cremazioni. Per quella di Williams, meno distrutto nell’animo, il Biagi
riferisce:

“E qui il
Byron si fece innanzi, in tale atteggiamento
che ricorda quello di Amleto, quando la vanga del becchino mette allo scoperto il lucido cranio di Yorick.

«E questo è un corpo
umano?» esclamò Byron; «o perché somiglia più
alla carcassa d’una pecora o di
un
altro qualunque animale, che a un uomo? questa
è una satira della nostra superbia e della nostra follia.»”.

Quel che rimase della reliquia sarebbe stata a lungo custodita
da Mary (1797-1851) a Boscombe Manor, la residenza dei discendenti del poeta.
Trelawny curò anche la sepoltura delle ceneri nel Cimitero Acattolico di Roma
vicino la piramide di Caio Cestio. Lì erano stati sepolti anche il piccolo
William e il poeta Keats.


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