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Progetto Aversa Diversa

Gianguido Taglialatela, chef

Gianguido Taglialatela, chef ristorante Ninco Nanco, Aversa
 

Editoriali
Lasciamo suonare le campane delle cento chiese di Aversa Salvatore Monetti

Chi scrive è una persona che AMA la sua terra, con le
sue miserie e le sue virtù. Un giorno sono scappato dal sud, ho  preso un
treno e sono partito, costruendomi una vita lontano da casa, dalla mia
famiglia, dalla mia pianura che sapeva di  arance, che in primavera ti
rallegrava con il ronzio dei calabroni e l’odore dei pomodori messi a seccare
al sole. Nella nebbia del nord camminavo a tentoni per cercare la mia strada,
mi sentivo in colpa per aver abbandonato tutto e tutti per un futuro lontano
dalla mia terra e dalla mia gente, pensavo a cosa avevo lasciato, mi sentivo in
colpa,  perché avrei potuto rimanere e cambiare un po’ le cose: farlo per
me, per la mia gente e per i miei amici, che a volte boccheggiavano nella speranza
di trovare la loro strada in un vicolo buio dove non entrava nemmeno la luce
del sole, pensavo al profumo del mare, quello che ti prende le narici quando
piove e ti sembra quasi di essere sul bagnasciuga. Me ne ero andato, con la
scusa di tutti, “qui non c’è lavoro“, giustificato dalla
mancanza di futuro e di prospettive, mi sentivo un traditore. 
>>>> 

Quando
ritornavo per le vacanze avevo il rimorso di non aver fatto nulla per cambiare
quella faccia irritata di chi a volte non decide per sé, ma lascia decidere agli
altri cosa è meglio per lui. E così guardavo le mie colline verdeggianti, le
mie spiagge ancora incontaminate, i sorrisi di chi mi aveva cresciuto e di chi
avevo lasciato sapendo in cuor mio che potevo fare di più. Al nord mi mancavano
gli odori e i sapori,  la tavola che diventava un momento di incontro.
Quel va e vieni continuo sulla porta di casa di gente che non è mai un
disturbo. Quel sole caldo a dicembre. L’abbraccio dei miei e i pranzi
domenicali. Gli amici che conoscevo e non potevo e non volevo dimenticare. Il
prezzemolo delle polpette raccolto in giardino, le primizie dell’orto, angoli e
strade che avevo percorso da bambino, poi da ragazzo, da uomo e infine da
emigrante e poi lontano da casa in una città bellissima che mi dava la
possibilità di coltivare il sogno, ma quale sogno? Io sognavo la mia terra
felice, dove tutti avrebbero trovato lavoro, dove i bambini potevano camminare
su strade fiorite, annaffiate dall’amore,  passeggiare tranquilli e sereni
per le strade dove la storia si è  sedimentata su granelli di attese e
speranze che non  sono mai arrivate.  Il mio Sud è “stanco di
trascinare morti in riva alle paludi di malaria”
 scriveva
Quasimodo.  Sono ritornato alle mie radici, alla mia terra carica di
contraddizioni, di nostalgia e sdegno, amore e dolore, caldi ricordi e profonda
rabbia per quella che è “…il mio assurdo contrappunto di
dolcezze e di furori, un lamento d’amore senza amore”. 
In questa
terra dove camorra, territorio, salute, ambiente, amministrazione pubblica
 sono talmente aggrovigliate tra loro che nessuno vuole  annullare. È
cambiato il volto della gente, non  ci sono più visi autentici,
quotidiani, che nella ragnatela delle loro rughe narrano una storia, che
nell’ammiccare degli occhi comunicano un messaggio, che persino nei loro
difetti rivelano una bellezza sofferta e vera. Tanti si sono affidati al
“destino” abbandonando così l’esistenza alla deriva di una necessità
cupa e inevitabile. Altri, scoraggiati, si lasciano già morire prima di
spirare, negando ogni senso e ogni valore, siamo diventati uomini simili a
replicanti, pronti a chinare il capo alle mode, ai modi di vita, siamo senza
meta, senza attesa, senza un fine prefissato, nulla ci appassiona più. 

Eppure
 non vi è nulla di più invidiabile di un’anima se non la sua capacità di
appassionarsi, perché la passione rivela attaccamento ad un ideale, dedizione
per una causa, convinzione nei confronti di una verità, abnegazione per una
missione, amore verso una persona. La passione  esalta l’anima,
quell’anima che non è mai in vendita non è mai costretta a soccombere e a
genuflettersi in adorazione davanti a nessuno. Certo, il prezzo da pagare è
alto, ma ben più alta è la propria dignità e la pace della coscienza. In questo
Sud in cui si è inclini al compromesso, al quieto vivere e alla comodità mi
rivolgo alla mia Chiesa, e dico: “usciamo dalle sacrestie, le nostre
scarpe odorano troppo d’incenso e poco di polvere della strada. Lasciamo
suonare le campane delle CENTO CHIESE di AVERSA perché la gente non solo esca dal
sonno della notte, ma anche dal sonno dell’anima”.

 


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