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Progetto Aversa Diversa

Gianguido Taglialatela, chef

Gianguido Taglialatela, chef ristorante Ninco Nanco, Aversa
 

Letteratura | Pittura | Fotografia | Musica | Cinema | Teatro
Infanzia casalese Mario Schiavone

Il bar dello zio Mimmo stava  a pochi passi da casa mia. Aveva cinque televisori nella prima stanza. Quattro che stavano sempre sintonizzati sul televideo che dava i risultati della partite di calcio e uno che sparava a tutto volume i telefilm d’azione che guardava Gino, il figlio dello zio Mimmo. A me sembrava una stazione satellitare, montata per trasmettere informazioni verso ogni città del mondo. Già c’erano tre antenne paraboliche sul tetto, ci mancavano solo i giornalisti con le telecamere a riprenderci. Perché le scene che vedevi nel bar dello zio Mimmo non accadevano neanche nei film.  Zio Mimmo, quando faceva le cose, le faceva davvero in grande. Senza stare a contare i soldi che ci volevano per quel tipo di attrezzature. Io non lo sapevo a cosa servivano cinque televisori in un solo bar, ma certe notti  sognavo di entrare nel bar e vedere tutti quelli che giocavano a carte con un televisore al posto della testa.

Quel giorno stavamo seduti fuori al bar io, Lampadina e mio cugino Lorenzo. Era giugno ormai e cominciava a fare molto caldo. Giravamo tutti in manica corta e pantaloncino ma si sudava lo stesso. Pure la statua di Padre Pio che stava davanti a noi pareva sudare sotto quel sole così alto nel cielo.

Mentre parlavamo del più e del meno  sotto la statua si era fermato un Fiorino Fiat che esponeva un cartello:

UNA PERONI PICCOLA 500 LIRE.

Era passato Francuccio il gommista e, fermando la vespa,  aveva comprato una birra. Subito dopo era arrivato Massimo detto Mazinga Zeta, per comprare anche lui  una birra. La terza bottiglia l’aveva comprata uno che guidava un’alfa romeo a tutta velocità, venendo dalla strada provinciale. Era sceso dalla macchina e senza neanche spegnere il motore si era avvicinato alla bagnarola piena di ghiaccio del venditore per prendere una bottiglina di birra.

“Venite dentro, vi devo dire una cosa”- ci aveva detto lo zio Mimmo affacciandosi sulla porta, mentre noi guardavano quella scena.

Io, Lorenzo e Lampadina lo avevamo seguito senza fare tante domande. Lo zio ci aveva portato nello stanzino delle bevande e ci aveva detto:

“Lo avete visto a quello fermo sotto la statua fuori?”

“Quello chi?”- avevo domandato io.

“Ma questo è scemo con le antenne. Io e Lorenzo lo abbiamo visto.”- aveva risposto Lampadina.

“Gli dovete dire che se ne deve andare, quello mi toglie clienti. Se vi risponde qualcosa di male venite a dirmelo subito”- ci aveva spiegato lo Zio. 

“Va bene, ce la vediamo noi.”- aveva detto mio cugino Lorenzo.

 

Usciti dal bar io e Lampadina avevamo attraversato la strada camminando  in modo naturale, come galline che si muovono nel terreno. Quando i  piedi di mio cugino Lorenzo avevano toccato l’asfalto lui si era messo in posa,  come un setter inglese da caccia che punta una quaglia; più si avvicinava al  venditore abusivo più spingeva il petto in fuori.

Il venditore di birre sedeva su uno sgabello, di fianco alla bagnarola piena zeppa di pezzi di  ghiaccio e Peroni piccole.

“Zio…adesso prendete il fiorino e ve ne andate”- gli aveva detto Lorenzo guardandolo negli occhi il venditore ambulante.

Il venditore si era guardato attorno, poi aveva guardato il sole alto nel cielo e  si era messo a sbuffare.

“Non vedo nessuno di fronte a me, perché dovrei andarmene. Lo vedi quanto sei alto? Secondo te mi fai paura?”- aveva risposto il venditore.

Lorenzo, dopo aver guardato me e Lampadina, pareva voler invitarci ad alzare la voce. Io e Lampadina eravamo rimasti lo stesso in silenzio.

“Adesso torniamo dallo zio. Te la vedi con lui.”- aveva commentato Lorenzo, voltando le spalle al venditore.

Il venditore non aveva aggiunto altro, ma mentre riattraversavamo la strada per andare verso il bar aveva lanciato un rutto che ricordava il verso di un animale.

“Non vuole andarsene. Dice che non ha paura di nessuno”- aveva detto Lorenzo allo zio Mimmo.

Lo zio ci aveva guardato con gli occhi che si gonfiavano, masticando qualcosa in bocca e con i nervi del collo tesi come un pezzo di corda. Aveva farfugliato qualcosa che non riuscivamo a capire, poi aveva sputato sulle su mani e le aveva strofinate una sull’altra.

Lo zio era uscito dal bar  accelerando il passo, quasi come se stesse correndo. Era arrivato di fronte al venditore che fumava una sigaretta seduto sul suo sgabello. Lo zio  con uno scatto veloce aveva infilato la mano nella bagnarola. Il venditore aveva aperto la bocca, facendo cadere la sigaretta e non aveva avuto neanche il tempo di dire una parola che lo zio Mimmo gli ha aveva  infilato un pezzo di ghiaccio in bocca. Il venditore aveva mugolato e fatti versi di un  maiale con il boccone in bocca. Lo zio Mimmo  aveva spinto il pezzo di ghiaccio sempre più a fondo e gridato:

“Te ne vai da casa mia? Eh! Te ne vai da casa mia?”

“…ffermooo”- aveva cercato di rispondere il venditore sbuffando.

 “Quello che vendi ti fa male, ma se ti piace perché non te lo mangi eh?”- aveva gridato lo zio Mimmo.

Il venditore  aveva cominciato a fare la schiuma sui bordi della labbra. Alcuni ragazzi grandi davanti al bar , dopo aver attraversato la strada, avevano afferrato lo zio Mimmo per le braccia. Lo trattenevano, lo strattonavano ma lui non mollava la presa. Il venditore aveva la faccia tutta rossa e gli occhi verso l’alto che mostravano il bianco delle pupille. Solo allora lo zio si era fermato.

 Il venditore si era accasciato al suolo, aveva preso a tossire, prima di vomitare sangue e saliva.

“Non venire mai più sotto casa a mia per togliermi il pane, mai più. Io ti apro il petto e mi mangio il tuo fegato con le mani, mi hai capito?”- aveva gridato lo zio Mimmo con una voce da indemoniato.

“Tengo dei figli pure io”- aveva risposto il venditore ambulante e mentre  si alzava da terra, si era messo a  piangere.

Lo zio, dopo aver sputato a terra,  si era allontanato camminando verso il bar. Io, Lampadina e Lorenzo lo avevamo seguito.

 Il venditore si era infilato nel fiorino e mettendo in moto in fretta non si era accorto che le porte di dietro erano aperte. La bagnarola era caduta a terra. Ghiaccio e birre sull’asfalto erano andati in frantumi provocando un frastuono incredibile.  I ragazzi che avevano fermato lo zio si erano messi a raccogliere le bottiglie rimaste a terra per  lanciarle contro il fiorino che se ne andava  via così com’era arrivato.

“Allo zio nessuno può togliere il lavoro sotto il naso”- aveva detto mio cugino Lorenzo.

“La prossima volta s’impara pure quello con il fiorino” aveva aggiunto Lampadina.

Io mi ero sentito piccolo piccolo e avevo provato vergogna e dispiacere per quanto accaduto. Ero diventato rosso, sentendo pure le vampate di calore sulla faccia ma nessuno ci aveva fatto caso. Avevo chiuso gli occhi per  un momento, pur di  non guardare la macchina che era andata via e i ragazzi che gli avevano lanciano le bottiglie contro. Quando li avevo riaperti lo spettacolo era finito.

Lo zio s’era seduto ad un tavolino davanti al bar e aveva detto: “Quello che vendeva gli ha fatto male.”


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