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Lost Landscape, al PalArti sei artisti rileggono il paesaggio contemporaneo | Opere in mostra dal 10 maggio al 9 giugno. Vernissage, 10 maggio, ore 18:30 Comunicato Stampa di Rosa Bencivenga

«Un uomo prende con sé un altro uomo in vista di un bisogno, poi un altro in funzione di un differente bisogno, la molteplicità dei bisogni porta ad abitare insieme nel medesimo luogo, più uomini si associano per aiutarsi a vicenda. A questa casa dove vivono diverse famiglie abbiamo dato il nome di polis». Nella Repubblica di Platone l’abitare i luoghi segna un tratto distintivo del paesaggio, come segno identitario, altro da una mera occupazione, non solo un avervi dimora, piuttosto un abitare il mondo, che oggi, in quello contemporaneo, è immagine di un’unità perduta.Le trasformazioni hanno mutato l’essenza delle città e del suo paesaggio, i suoi caratteri millenari. Con una ridotta capacità di osservare, attraverso lo sguardo, perdiamo la leggibilità della trama, quell’amalgama di segni, inconfondibili, unici ed eterogenei, nella totalità del mondo. Effetto incalzante di un modello globale di unificazione. Viaggiando ci s’accorge della fragilità dei luoghi, delle differenze che si annullano: ogni città va assomigliando a tutte le altre. I territori si scambiano forma, ordine e distanza. L’occhio veloce, del benestante mondo moderno, accoglie la monotonia del paesaggio perduto, dove tutto sfugge, inafferrabile, in una indistinta omogeneità che non risparmia l’orizzonte, ristretto in ciò che resta di quel campo complesso di sfide progettuali, che mutano lo spazio e il senso dell’abitare. Marco Polo, voce narrante fra le pagine delle Città invisibili di Italo Calvino, nel dialogo con Kubilai Khan, racconta del pericolo di un modello unico generalizzato di paesaggio “un pulviscolo informe invade i continenti”. I luoghi perdono la loro identità. Il Palazzo delle Arti di Capodrise, dal 10 maggio al 9 giugno (vernissage, 10 maggio, ore 18:30) ospita “Lost Landscape”: le opere di Marco Pili, Mario Lanzione, Germaine Muller, Gennaro Ippolito, e le installazioni site specific di Gianfranco Racioppoli e, in piazza Aldo Moro, di Diana D’Ambrosio, offriranno allo sguardo una visione di paesaggio che è sinonimo della umanità e della temporalità del mondo. Paesaggi che, nelle opere di Marco Pili, riaffiorano da strati di memoria, di terre sarde arse dal sole di agosto, di sangue di bue, di vento e di silenzi, di salsedine e di brezze marine, di luoghi di vita solitaria, serbatoi di cultura antichissima, che vengono da lontano per proiettarsi in un paesaggio futuro. Paesaggi di una metropoli immaginaria, fantastica, dove tutto si stratifica in un’architettura urbana indistinta, densa e complessa, un formicaio fantastico, nell’opera informale di Germaine Muller. Paesaggi di musica, invece, per Mario Lanzione, ispirato dalle note de Le quattro stagioni di Vivaldi, dove l’astrazione geometrica si libera del superfluo, restituendo alla visione quattro paesaggi dell’anima, che svelano, in un processo cromatico di sottili velature di colore, l’essenza della vita. Paesaggi del mito, nell’opera Gennaro Ippolito, che rievoca Ulisse sull’isola di Ogigia, schiacciato sotto un pesante orizzonte esistenziale. Inafferrabile e misterioso. Naufrago, per sette anni sull’isola con la dea Calipso, in quel lembo di paesaggio circoscritto da un mare incommensurabile, vivo e ristretto, reale e umano, misterioso e limitato. Fino ad arrivare a due altri paesaggi che si fanno installazioni: l’opera “Mille pioppi soli” di Gianfranco Racioppoli, un intervento stilistico che recupera antropologicamente la relazione fra uomo e natura. Nei secoli scorsi, questi campi di pioppi, alcuni ancora presenti nel nostro paesaggio, nascevano dalla generosità dei padri, dati in dote alle figlie per maritarsi. E, in piazza Aldo Moro, l’opera di Diana D’Ambrosio, “Inside”, che si sovrascrive allo spazio urbano, in un dialogo serrato che attiva un processo di metamorfosi del paesaggio esistente. Segni e simboli che si sommano in un insieme di insiemi. Materie segnate dal tempo, ruggini e tufi, recuperati alla memoria, ricomposti simbolicamente a disegnare una nuova architettura dello spazio, per un paesaggio dell’oltre. «Gli artisti – dichiara il curatore Michelangelo Giovinale –, hanno allungato lo sguardo fino a raggiungere una linea d’orizzonte, un segno comune a tutte le opere, che sollecita l’occhio a indagare nella superficialità e nella profondità dell’universo, nello spazio dell’uomo e del suo abitare. Denso e vuoto, come lo scatto fotografico di un paesaggio surreale, metafisico, che il fotografo Giovanni Izzo, ha realizzato per il manifesto d’autore della mostra. Un universo di insieme di corpi, di molteplicità, di luoghi, di bisogni umani e naturali, di significati che le opere evocano, con straordinaria forza espressiva e che, irrimediabilmente, sentiamo perdersi nella trama fittissima del nostro paesaggio quotidiano. Questa polis moderna, oggi incomprensibile, irriconoscibile. Vulnerabile». Calvino diceva: «Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose […] ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile». Illimitata, nella sua stessa intimità.Video reportage di Alessandro Musone. Coordinamento di Rosa Bencivenga. Ingresso gratuito.


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